Tanti auguri a me.

Gli urlai in faccia di non amarlo.
Lui mi prese la mano e silenziosamente mi inizio’ ad amare di più.

A caso. Fatene ciò che volete

portedellapercezione:

ruineshumaines:

Rosie Hardy

Fu una sera indimenticabile quella lì. Pioveva, e io stavo in macchina a guardare fuori dal finestrino, ricoperto di tante goccette d’acqua che si spostavano tutte insieme verso un’unica direzione, quasi meccanicamente, quasi per flusso di massa. Per un attimo presi a fissare il cielo, ed ebbi la sensazione di aver raggiunto l’apice della malinconia. Dall’altra parte del vetro c’era qualcosa che non mi apparteneva: il mondo che contiene la città, la città che contiene le case, le case che contengono le mura, le mura che contengono i mattoni, e i mattoni che contengono i granuli. Io non contenevo nulla, a parte qualche osso debole che, a sua volta, conteneva organi ripugnanti; e né mi apparteneva anche solo un granulo del mattone vecchio e scheggiato a cui tutti tirerebbero un calcio. Il portone era troppo grigio, il marciapiede troppo asimmetrico, un sali-scendi infernale, i pali della luce emettevano troppa poca luce, di un arancio tutt’al più fastidioso, per strada gli uomini erano troppo soli, i mozziconi sull’asfalto troppo corti, e giù, le pozzanghere troppo profonde: che spettacolo disarmante.
‘Sarà forse un bene che io non vi appartengo, e voi non mi appartenete?’ pensai ‘solo un architetto incompetente avrebbe potuto creare questa Terra così… così… e quegli alberi così… e quel colore della luna così… così triste. E la nebbia poi, vogliamo parlare della nebbia? Mi sa che è l’unica cosa positiva che ci resta qua, eh. La nebbia ci risparmia la vista d’un panorama così… viscido. Però l’aria sta diventando stretta e soffocante, mi toccherà aprire questo dannato finestrino, e mi toccherà vedere tutto il Disastro nitidamente e, cazzo, no… non adesso! inizio già a sentire la nausea…’

Due anni dopo, feci casualmente ritorno in quello strano posto che, per me, raffigurava una porzione rappresentativa del mondo fenomenico. Stavolta ero a piedi, e della nebbia neppure una sfumatura. Fu così che, dopo un lungo tragitto, mi ritrovai a spalancare gli occhi su quel panorama scabroso, che era stato la ragione di un’apoteosi della malinconia. Il portone grigio stava sempre lì, non era più ripugnante come lo ricordavo, ma di un grigio abbastanza lucido e brillante; sul marciapiede asimmetrico, per cui avevo nutrito tanta ostilità, stavano giocando due bambini, ci saltavano su, poi scendevano, insomma si divertivano, e pareva essere uno spettacolo carino a cui assistere; i pali della luce mi permettevano di osservare meglio i due bambini, e i riflessi arancioni che emettevano, quelli che proprio non sopportavo, stavolta colorivano i loro volti pallidi; per strada gli uomini si scambiavano sorrisi, i mozziconi sull’asfalto erano diminuiti, e le pozzanghere sparite: che scena diversa.
‘Possibile che a distanza di due anni il mondo cambi?’ pensai.
Poi distolsi lo sguardo dall’esterno, e mi guardai dentro.
La percezione delle cose non dipendeva dalle cose in sé, ma dipendeva dai miei occhi, dalle mie orecchie, dal mio naso, dalla mia lingua, dalla mia pelle, e soprattutto, dal mio stato d’animo.
Non era cambiato il mondo, ero cambiata io.


Sara Cassandra

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